Quella notte non riuscivo a dormire. Il cuscino era freddo e scomodo, le coperte pesavano troppo. Mi alzai dal letto e andai alla finestra. La luna non era ancora alta nel cielo e illuminava a fatica le stradine più scure e strette. Presi il giubotto e andai fuori, dove un profondo silenzio mi riempì le orecchie e l’anima. Dovevano essere all’incirca le dieci o forse le undici. Due cani stavano seguendo il loro padrone verso casa. Questo camminava indifferente, o forse assorto dai pensieri, proprio come me. Alzai gli occhi verso un alto palazzo, di quattro e cinque piani, e vidi una bambina che affacciata alla finestra stava guardando il cielo. Sembrava triste mentre osservava la bellezza della luna e lo splendore delle stelle. Quella bambina mi ricordava me alla sua età, quando passavo le notti a guardare il cielo e speravo che qualcosa cambiasse, che andasse tutto bene.

Era una fresca notte di marzo quella in cui la luna vide per la prima volta le mie lacrime. Poche ore prima i miei genitori avevano litigato di nuovo ed io ero stato costretto ad andare in camera mia, forse per non sentirli litigare, ma non sapevano che sentivo tutto invece, ogni singola parola, e anche se avevo solo nove anni stavo capendo, forse non tutto, ma stavo capendo.

Quando mi svegliai il giorno seguente mio papà era in camera mia. Gli chiesi cosa stesse facendo e mi rispose che stavamo andando via, per una piccola vacanza, solo io e lui.

La mamma sarebbe rimasta a casa da sola o forse avrebbe chiamato la nonna a farle compagnia.

Sì, avrebbe chiamato la nonna, perchè era da sola anche lei. Il nonno era morto due anni prima, il giorno del mio compleanno, per un infarto. Me lo ricordo bene perchè i miei genitori non c’erano alla mia festa, erano andati al funerale. Me lo ricordo bene perchè quando mi dissero che il nonno era morto andai a scuola piangendo, e quel giorno nessuno riuscì a farmi sorridere.

Quella che doveva essere una piccola vacanza sra stata in realtà una partenza definitiva. Mia zia ci stava aspettando a Palm Cove, Australia, ma non era questo il cambiamento che avrei voluto.

Lo scocco della mezzanotte interruppe i miei pensieri e risuonò a lungo nel silenzio della notte. Ormai c’ero solo io sulla strada, io e la luna che risplendeva alta sopra il campanile. Ero solo e triste, un mendicante che non desiderava altro se non un pò di felicità, una giornata migliore e un sonno più tranquillo.

Durante l’adolescenza sono sempre stato solo e introverso. Dalla nostra partenza era cambiato tutto. Siamo rimasti a casa di mia zia per un anno, fin quando mio padre riuscì a raccogliere abbastanza soldi per comprare una casa tutta nostra.

Non ho mai ricevuto le attenzioni che si dovrebbero dare a un bambino di 10 anni. I miei cugini più piccoli avevano la priorità su tutto. Mio papà lavorava otto ore al giorno in una grande azienda informatica e anche quando era a casa non aveva mai tempo per me. Era sempre davanti al computer. Non siamo mai andati a fare un giro in barca o al parco, non mi ha mai portato a scuola e non è mai venuto a parlare con i professori o vedere le recite di fine anno. Non mi sono mai lamentato in realtà; ho imparato a stare per conto mio, ad amare il silenzio e la solitudine. La nostra nuova casa era vicina alla spiaggia e nelle giornate di pioggia amavo passeggiare vicino al mare, protetto solo dal cappuccio della mia felpa.

Io non mi ero mai integrato davvero, non avevo amici, a scuola andavo bene il giusto per non dare sospetti a mio padre. Trovai un modo di sfogarmi, di dimenticare la solitudine e nello stesso tempo abituarmi ad essa. Cominciai a tagliarmi, sui polsi, sulle braccia. Mia madre mi mancava, mio padre era indifferente alla mia vita, a quello che mi succedeva, e quel gesto mi dava sollievo, mi faceva provare dolore, un dolore fisico però, che cancellava quello che avevo dentro.

Dopo i primi mesi nella casa nuova, l’azienda in cui lavorava papà fallì, e lui non riusciva più a trovare qualcun’altro che lo assumesse. Passava ancora più tempo davanti al computer, giustificato dal fatto che doveva cercarsi un nuovo lavoro per mantenere me e la grande casa che aveva appena comprato. Stava cadendo in depressione, e l’unico rimedio per lui divenne l’alcol. Tornavo a casa da scuola alle tre del pomeriggio e trovavo vicino alla spazzatura bottiglie e bottiglie di birra, vodka e altro, e questo fino a quando non riuscì a farsi assumere di nuovo.

Tre anni dopo il nostro arrivo in Australia mio papà diventò il nuovo capo dell’azienda in cui lavorava. Da quel momento cominciò ad essere più presente nella mia vita, a darmi più attenzioni, a fare più sacrifici per farmi stare bene. Per me fu difficile abituarmi a questo cambiamento, diventare più aperto nei suoi confronti, lasciare il mio piccolo mondo e integrarmi nella società in cui vivevo da anni.

Poi arrivò lei, Debbie, il mio primo amore.

Avevo diciassette anni, una carriera nel basket, un padre meraviglioso e una vita migliore.

Quando ho conosciuto Debbie lavoravo al bar sulla spiaggia. Era una giornata tranquilla e lei venne a bere qualcosa. Non sapendo cosa bere mi chiese di elencarle tutti i drink e ci mise mezz’ora per sceglierne uno.

La storia con lei durò molto, ma fu la solita favola con un finale drammatico.

A ventidue anni le ho chiesto di sposarmi, lei ne aveva ventuno e portava in grembo nostra figlia.

Mio papà era contentissimo, Debbie gli piaceva molto, e l’idea di avere una nipotina anche.

Charlotte, la nostra piccola bimba, aveva due anni quando sua madre morì in un incidente aeronautico.

Eravamo tutti distrutti. Amavo mia moglie e la mia bambina più di qualsiasi altra cosa al mondo. Amavo Charlotte e dovevo essere forte per lei.

Guardai l’orologio sul polso sinistro. Mezzanotte e tre quarti. Era ora di tornare a casa. Mi asciugai le lacrime che mi stavano scendendo dagli occhi e sorrisi.

Charlotte mi stava aspettando a casa, non potevo lasciarla sola. Dovevo essere forte, dovevo essere forte per lei.

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